La poesia è per gladiatori che sopravvivono alle masse del colosseo perchè non credono ai pollici degli imperatori e non si curano se domani incontreranno, sul cerchio da combattimento, una quadriga con le punte di lance arrugginite ed affilate sulle ruote di legno, un leone, uno schiavo o il figlio di dio. La parola che maneggiano è lo scalpello con cui grattano il bordo d’ignoto, raccogliendo tutto ciò che sfarina da quella cosa muta d’enorme che ci respira accano, per farne chiodi immensi da piantare sul pelo dell’acqua e su cui stare durante le tempeste in mare aperto dove ci aspettano orche e balene. Il poeta è un malato terminale di parole che invoca quotidianamente il giardino d’eutanasia, dove le rose gialle più belle sono le camomille che ci annodano i capelli; la morte è quando ogni cellula avrà perso la parola e con essa il ritmo del tango che ci tiene aderenti alla membrana basale: la vita è una cucitura magistrale di cellule venuta molto bene, anche se per alcuni è semplicemente un cazzeggio d’insetti preso molto seriamente; però è certo che -in fondo- una cellula è una cella che t’incolla a questa terra, perché vivere è oltrepassare la membrana basale dell’inesistenza, invadendo il tessuto connettivo mixo-edematoso del tempo; la vita è per pochi, di tutti la morte, dato che infinitamente enorme ed inimmaginabile è il numero degli uomini non-nati, condannati nel limbo delle monche esistenze montaliane a sostare indefinitamente, uomini a cui non sarà mai più concesso di venire al mondo. Se esseri nati è dunque il grande miracolo, la poesia è il miracolo del miracolo, che fiorisce a combinazioni crescenti di cosa corallifera. La poesia è parola che riesce, un ciuffo di sale in aria, che taglia le albe difettose:
e noi/come tutte le altre cose/come se non fossimo mai stati/come ogni neve/per un tempo breve.


