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BIOPOESIA
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IL MANIFESTO

La Biopoesia di Gaetano Giuseppe Magro
La mia è una visione laica del mondo basata sul concetto dell’evoluzione delle specie in senso
darwiniano e non sul creazionismo. Il mestiere di anatomopatologo mi offre una finestra su un
mondo che sfugge ai più, il mondo microscopico cellulare di cui siamo impastati e che costituisce il mondo macroscopico, retinicamente intellegibile: siamo fatti di un mondo microscopico
infinitamente piccolo che realizza, ad un livello superiore, un mondo macroscopicamente grande,
bordato e finito. Nessun uomo accetta l’idea che domani ci saremo se le nostre cellule lo consentiranno e
non certamente perché lo deciderà il nostro io cosciente o chissà quale ente superiore; basterebbe un trombo di pochi millimetri su una placca ateromasica di un’arteria coronarica per innescare un infarto che potrà esserci fatale nel corso della notte.
E tutto finirà.
“Biopoesia” è un neologismo che ho coniato per tutti coloro che vorranno utilizzare un linguaggio medico-biologico e/o tecnico-scientifico come telaio delle loro poesie; sono convinto che questo tentativo, apparentemente titanico, pian piano e più o meno clandestinamente,aiuterà la migrazione delle cellule, dei tessuti, delleproteine, del DNA, dei tumori e delle patologie di varia natura, ad approdare, attraverso il varco angusto del linguaggio poetico più tradizionale, sulla sponda di una visione letteraria che da sempre ha trascurato le grandi tematiche biologiche dell’esistenza, interrogandosi soltanto sul senso
della vita e della morte, come se queste due entità fossero soltanto quesiti ontologici religiosi,
filosofici, letterari e non biologici. Da circa 15 anni mi batto pubblicamente affinchè vengano
riconosciute queste due grandi verità: “la verità è microscopica (non macroscopica) e “le cellule
vengono prima del pensiero”. Come già esposto, domani ci saremo se le nostre cellule lo vorranno,
il che si traduce nel concetto che noi non influenziamo il mondo cellulare che ci costituisce
ontologicamente e che ci vive accanto parallelamente, seguendo leggi chimico-fisiche che
non tengono in alcun modo conto del nostro pensiero, del nostro mondo emozionale-affettivo o
della nostra morale: le cellule sono al di là del bene e del male, leopardianamente indifferenti a
noi; le nostre cellule sono i veri, non riconosciuti, imperatori del mondo! Va profondamente
compreso che la vita è una cucitura magistrale di cellule venuta molto bene, avendo contezza che
ciascuno di noi è arrivato su questo mondo senza volerlo e a discapito di miliardi di miliardi di esseri
potenziali che, pur potendo, non sono mai nati e mai nasceranno: la vita è per pochi, di tutti la
morte. Credo che le cellule meritino la poesia che è stata loro negata nel corso dei secoli.
Considero il poema “il vaniloquio delle cellule ebbre”, commissionatomi dal poeta di fama nazionale
Lino Angiuli, e pubblicato da Adda Editore sulla rivista nazionale di poesia INCROCI nel 2014, il
manifesto della “Biopoesia” in Italia:
Siamo su quest’arca a remi, senza sapere cosa comporta
andare / in mare aperto, ci aspettano orche e balene e
altre strofe furiose / da pettinare a caldo sulle minime
particelle squisite e indecidibili /ogni forma di vita ha
una scialuppa e un tumore che l’insegue /sapientemente,
fino all’altissima menzogna degli assi cartesiani: /muoio,
dunque sono, l’amaro ritmo dell’io che pensa amplissimo
/ e solo, da un anfiteatro greco-romano delle andate
cellule ebbre.
I seguenti componenti già pubblicati in diverse
sillogi ribadiscono il concetto di “Biopoesia”
“appartenere alle cose che non portano a niente /
per non appartenere che a quest’unico assunto: /
una cellula triste che ha perso la sua membrana /
nel dialogo a scaglie porose con l’immortalità…
….e di noi, cellule di ventura, / non resterà che un
giro in aria di compasso, / una punta fissa sulla
trabecola morale del niente / che ci ha partorito in
fretta e furia sulla riga / di un imperdibile nome
dove non siamo / mai passati con assoluta piena
certezza /
la parola è un ormone tanto disperato / che circola
impudentemente, / tocca invano le cose da sempre
orfane di umano recettore:/ la parola è la giusta
sanzione delle forme”.
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