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Narrativa
FORMALINA CH2O – Romanzo di Gaetano Giuseppe Magro
-pagine n. 202
Il romanzo, un’apologia dell’Anatomia Patologica, ruota attorno alla disciplina medica che si occupa di esaminare al microscopio ottico cellule e tessuti delle “carni crescenti” -per dirla con Bufalino- per formulare una diagnosi di certezza da cui scaturirà l’approccio terapeutico più adeguato. LA VERITA’ E’ MICROSCOPICA è il motto degli anatomopatologi. Chi è l’anatomopatologo? Un uomo che intraprende una continua sfida pirandelliana tra forma e realtà che si consuma nella retina dei suoi occhi, usando una lenta ad alto ingrandimento di un microscopio ottico, cercando di colloquiare con le cellule per convincerle a sussurrare il loro ultimo segreto.
-Il romanzo s’impernia su un incontro tra Ruggero ed Ambra, nei quali probabilmente si riflettono le due anime dell’autore, quella di poeta inquieto e quella dell’anatomopatologo scienziato. La trama è avvincente e tutto è realistico. Si tratta di un capolavoro di narrativa e la sua lettura è raccomandata a tutti, in particolare agli studenti di medicina e a tutti coloro che “frequentano” le tematiche esistenzialistiche partendo dalle basi biologiche dell’uomo (Michele Bisceglia).
-Un percorso tra letteratura e scienza, la vita come esplorazione ed estrema sintesi, contaminazione tra linguaggi alla ricerca dell’inesprimibile, nel punto dell’intersecazione tra corpo e spiritualità che genera l’umano, La fatica della razionalità e della scienza a delimitare i contorni della malattia e la vita che sfugge alla fissità che la formalina forse vorrebbe imporle (Linuccio Portelli).
-Nello stile della prosa le pagine si animano della tensione tra opposti: il dionisiaco e l’apollineo, il primo intriso dell’intuizione dell’esistenza come andare nel nulla, il secondo proteso alla forma razionale e perfetta; dell’eterna dialettica tra logos ed eros, del maschile e del femminile, che quì danno in coppia voce alla ripetizione di andare sulle medesime profonde ferite che possiamo immaginare non più soltanto come lacerazioni da rimarginare, ma come cave di sale da cui trarre un’essenza preziosa e senza le quali l’anima non può vivere, scriveva Hilmann (Giusi Giammarresi).
